LE NUOVE FRONTIERE DELLA DISUMANITA’ 4.0

QUALE APPRENDIMENTO E QUALE CONDIVISIONE?

INDICE PER ARGOMENTI

  1. Come cambia la didattica nella Scuola delle emergenze.
  2. Tecnocrazia e digitocrazia: evoluzione o imbarbarimento?
  3. L’innovazione  tecno digitale cambia il significato dei ruoli e della funzione dei docenti nella Scuola.
  4. Una catena di condizionamenti: l’ultimo anello è l’uomo. L’uomo primitivo 4.0.
  5. Una didattica della competenza digitale per generare valori  e saggezza: il dispotismo oscurantista delle istituzioni.
  6. Be Change. Diventare protagonisti di una nuova civiltà del futuro si può.

 

  1. Come cambia la didattica nella Scuola delle emergenze.

 

Ma quali fini didattici si possono intravedere nell’uso del cellulare a scuola durante le ore di lezione? Vi è piuttosto nel secondo decalogo voluto dalla ministra Fedeli, dopo quello dedicato alle fake news,  collegato all’uso del cellulare a scuola, un malcelato e sproporzionato delirio di onnipotenza, essendo i decaloghi  per antonomasia un rimando simbolico alla Divinità nella nostra tradizione religiosa. E forse anche un escamotage per alcuni docenti di evitare impietose verifiche sulla propria inadeguata preparazione da un lato e dall’altro la terza conferma in pochi giorni che il MIUR sta soltanto cercando di offrire “sensazioni” e non “soluzioni”.  Se in questo caso gli standards  europei  che spesso condizionano, oltre ogni ragionevolezza,  lo spirito creativo  e anticonformistico  di opinionisti, giornalisti, uomini di cultura avessero funzionato da deterrente  contro le folkloristiche butades  di fine mandato della ministra Fedeli,  l’Italia ne avrebbe in questo caso senz’altro giovato.  In controtendenza con le decisioni assunte dal ministro francese  Jean-Michel Blanquer  che ha vietato l’uso degli smartphone  in classe a fini didattici, vi è stato un chiaro via libera in Italia, dove la ministra dell’Istruzione, Valeria Fedeli, capovolgendo la decisione presa nel marzo 2007 dall’allora ministro Giuseppe Fioroni di vietare agli studenti di usare in classe i “cellulari”, ha varato addirittura un Decalogo “per l’uso dei dispositivi mobili a scuola”: un uso “responsabile e competente”, sotto la guida degli insegnanti .  L’uso di aggettivi  quali “responsabile e competente” e termini quali “capacità critica e autonomia”, più volte evocati nei vari punti del decalogo,  presuppongono,  perché sia possibile concretamente un uso dei medesimi  in modo “responsabile e competente”,  che tali condizioni siano e debbano necessariamente essere preesistenti  come frutto di una maturità conseguita nel percorso evolutivo di crescita. In assenza di questo già perseguito traguardo di adeguata formazione personale preesistente,  non sarà certo ipotizzabile che  le condizioni di responsabilità  possano derivare dall’interazione con i dispositivi mobili,  pur prevedendone  un loro uso, sotto la guida degli insegnanti che diventano una sorta di “geolocalizzatori” di informazioni  erranti nei network  e  nei social media: il tutto in classe, durante le ore di lezione! Bene, questo ci fa ben sperare che il problema dei cervelli in fuga dall’Italia, nel prossimo imminente futuro non sarà più un problema. Perché? Perché non ci saranno più “i cervelli”! Come è possibile pensare di elevare la qualità della didattica e della cultura, in un paese come il nostro che ha goduto di maestri eccellentissimi  nel campo delle letteratura,  della storia, della scienza, della matematica, della fisica, se dalle roccaforti delle istituzioni che dovrebbero incarnarne lo spirito della più elevata tradizione culturale e rappresentarla al meglio vengono lanciate spettacolari rappresentazioni di non-sens?  Senza scomodare le più accreditate teorie filosofiche, sociologiche, psico-pedagogiche,   i termini “responsabilità”, capacità critica, consapevolezza, autonomia, che nel decalogo vengono  più volte evocati sono categorie umane che contraddistinguono un certo tipo di personalità,  ma che non sono affatto assimilabili  al risultato prodotto dall’interazione degli studenti e delle studentesse con gli strumenti digitali  e con la tecnologia, soprattutto durante le ore di lezione in classe, come si desume invece dai contenuti  del decalogo, predisposto dalla ministra Fedeli.

  1. L’’innovazione tecno digitale cambia il significato dei ruoli e della funzione dei docenti nella Scuola.

I telefonini nelle aule erano stati banditi da una circolare del 2007. Adesso arriva l’apertura di Valeria Fedeli: il 15 settembre partiranno due gruppi di lavoro per rivedere le indicazioni nazionali. In autunno le nuove linee guida

La nostra tradizione culturale e storico-politica ha la necessità di essere tramandata da docenti qualificati attraverso la narrazione del passato, del presente per essere proiettata alle diverse possibilità che le configurazioni dell’attualità socio-economica e storico-politica  offrono al ragionamento e alla riflessione di ogni singolo studente attraverso la competenza personale, acquisita dal dialogo e dal confronto diretto e personale con gli altri e con i docenti.  Non è la guida all’uso del cellulare in classe, giustificata dai fini didattici, sotto la guida degli insegnanti  che favorirà  un uso più sensato dei dispositivi mobili da parte degli studenti, ma bensì il senso maturato dall’apprendimento tradizionale, anche nozionistico, e dalla riflessione comparata del passato, del presente e della proiezione futura rapportato alle esperienze dei vissuti personali di ognuno. Il fatto stesso poi  di attribuire funzione didattica ed educativa all’uso guidato del cellulare da parte degli insegnanti in classe nelle ore di lezione, tale da giustificare la codifica di un decalogo  da parte del ministro in carica del MIUR  finisce davvero per collocarlo, contrariamente all’intenzione della ministra Fedeli,  nel regno dei fini e non dei mezzi . Infatti  al punto 5. I dispositivi devono essere un mezzo, non un fine, la contraddizione all’intenzione della ministra  è già dimostrata. Emblematico è anche il contenuto del paragrafo che prosegue: “…È la didattica che guida l’uso competente e responsabile dei dispositivi. Non basta sviluppare le abilità tecniche, ma occorre sostenere lo sviluppo di una capacità critica e creativa.  Ma purtroppo, con questa ossessionante rincorsa all’esaltazione della tecnologia e dell’uso dei dispositivi digitali tout court, qui rappresentati addirittura come paradigmatici di un modo di fare didattica, a scapito del sapere e della trasmissione delle conoscenze del sistema tradizionale, si ricade inevitabilmente, senza possibilità di scampo, nella teocrazia della tecno-digitalizzazione, e quindi in quell’errore che anche la ministra per sua ammissione  aveva in premessa affermato di voler evitare. 

E paradossalmente dall’evoluzione più spinta  nel campo dell’informatica, della tecnologia e dei mezzi digitali, disseminati  in tutti i campi  della nostra vita quotidiana, quali sono stati i vantaggi ed i benefici che  ne sono derivati  per la specie umana, a parte l’efficientismo dei  processi produttivi  e la disponibilità immediata di informazioni ? L’involuzione e l’imbarbarimento dei costumi,  dei modelli culturali della nostra tradizione storico-politica, la perdita o comunque il disconoscimento dei valori e dei principi della nostra tradizione religiosa, cristiana e cattolica,  e con essi  la perdita del senso dell’essere persona, e non semplicemente un  “dispositivo” vivente conformato  ai dispositivi tecno-digitali, funzionali al sistema di appartenenza e alla globalità del mondo virtuale.  Bisogna fare attenzione, perché la perdita del senso dell’essere persona non è fra i cambiamenti necessitanti, citati in premessa dalla ministra che, come tali,  hanno in sé un valore intrinseco ed in quanto tali devono essere accettati  e metabolizzati.  Perché in questo specifico caso la perdita del senso dell’essere persona reca con sé come effetto, anche quella deresponsabilizzazione che è proprio il contrario  di quello che la ministra ha invocato, insieme alla capacità critica, all’autonomia e alla consapevolezza, in molti punti del decalogo predisposto per l’uso dei mezzi digitali, e nel caso specifico del cellulare.  Ma  come è possibile pensare di accostare e, peggio ancora,  di far derivare in funzione deterministica dall’uso guidato del cellulare,  caratteristiche che sono proprie della personalità matura di un soggetto psicodinamicamente evoluto, le quali  devono necessariamente  preesistere per essere messe in pratica  nell’impatto con l’uso dello smartphone e del tablet in classe nelle ore di lezione?   In questo caso sono i grandi maestri della filosofia  che si agiteranno nelle loro tombe all’idea che anche il “principio di non contraddizione” e “distinzione”,  rimasti inconfutati nel tempo, siano stati annientati  dalla creativa disposizione della ministra Fedeli  su una nuova  modalità di fare didattica,  dove la tecnologia e il digitale non servono all’uomo, ma assoggettano l’uomo a loro stessi e al sistema.   Mi sento il dovere di ribadire,  senza paura di essere smentita dai fatti, dai tempi ,  e dai tecnici  del pool di valutatori del decalogo, scelti dal MIUR, che senza la conoscenza del  sapere tradizionale e la crescita personale,  uniche fautrici dello sviluppo  della capacità critica e creativa,  della consapevolezza, dell’autonomia e responsabilità, la didattica, intesa come apprendimento  di uno stile di  vita personale  orientato al benessere  personale e relazionale, non esiste più e quindi  rimangono soltanto le sole  abilità tecniche a cui dice di essere contraria anche la ministra stessa.  A beneficio di quella capacità critica e consapevolezza,  invocate come un mantra dalla ministra nel decalogo e nelle recenti celebrazioni del culto della digitalizzazione nelle scuole, di cui alcune ancora senza connessione di rete,  a livello nazionale,  proporrei una lettura attenta ed una riflessione  da parte  degli studiosi ed esperti in materia sulla costruzione di un decalogo  pieno di contraddizioni e di illogiche deduzioni,  predisposto per un “fine” che dovrebbe in realtà nell’intenzione della ministra Fedeli essere un “mezzo”.  E tutto in nome  dell’innovazione,  divenuta il vitello d’oro” di un’umanità sperduta ed abbandonata a se stessa  dal sistema,  che ha assunto  sempre più il ruolo della parola d’ordine per legittimare non ciò che effettivamente crea ed aumenta il benessere della collettività, ma in funzione strumentale e subordinata al rispetto dei parametri  della comunità europea da cui dipende.

3.Tecnocrazia e digitocrazia: evoluzione o imbarbarimento?

L’innovazione non può essere declinata a partire da un bisogno indotto dal sistema per il raggiungimento di un livello di omologazione che non tiene conto dei contenuti del sapere storico e culturale di ogni popolo e di ogni nazione,  misurando l’innovazione  in base ai soli progressi  nel campo dell’uso e della diffusione dei mezzi tecnologici e degli strumenti digitali  e dell’estensione delle  competenze informatiche che rimangono comunque,  o meglio dovrebbero rimanere, nella categoria dell’ ”accessorialità” al servizio dell’uomo e della scienza , non un  idolo da cui essere dominati. Perché la capacità critica che la ministra raccomanda come essenziale e dirimente nei processi di apprendimento,  come realmente dovrebbe essere , assume nell’enunciato del testo in questione  un ruolo inutile ed eccedente  rispetto alle istruzioni  per l’uso del cellulare impartite dalla ministra stessa nel decalogo.  In questo modo, l’accessorialità dei mezzi e degli strumenti  dell’informatica e della tecnologia digitale  assumono  un ruolo centrale, onnipotente al punto  di  arrogarli al ruolo di “Maestri”; un ruolo  sovrastante la dimensione umana   in un campo così delicato e speciale  come quello dell’educazione e della formazione  dei  ragazzi e degli adolescenti. E purtroppo non giova neppure  alla formazione  dei docenti,  esclusa quella tecnicistica e multimediale, i quali  nel ruolo di guide all’uso del cellulare, nelle ore di lezione vengono demansionati rispetto al ruolo di “maestri di vita”, divenendo essi stessi strumenti di un meccanismo  che sostituisce  ed ingloba  il dialogo e le relazioni. Ben lungi dagli  stessi intenti espressi dalla ministra, nell’intravedere questa modo di fare didattica, attraverso l’uso guidato del cellulare, come fattore di condivisione e  confronto fra gli studenti   con i docenti,  una didattica così concepita viene a rafforzare  e consolidare un rapporto di solipsistica dipendenza “condivisa” in modo inter-social mediato che si profila in continuità dal privato al pubblico.  Questa è piuttosto la migliore via  per l’assopimento della capacità critica e per  la conformazione ad un modello  educativo dei cittadini di domani che ripropone la sudditanza  dell’uomo  all’evoluzione della meccanica e della robotica e ad una incrementale conformazione  dell’uomo con il suo prodotto . Che ruolo e che posizione potranno occupare nell’olimpo dei bisogni di un uomo cosificato il riconoscimento del proprio valore e del valore dell’altro da sé, l’empatia, la compassione,  la relazione umana?  L’anestesia dei sentimenti e delle emozioni, dell’affettività  hanno  facilitato a livello intergenerazionale, insieme alla trasmutazione dei valori,  anche il consolidamento  di un modello di uomo meno spirituale fino al punto da renderlo esso stesso  un semplice congegno dell’intero processo produttivo.  Ma da questo nuovo modello, sempre meno spirituale di uomo, sono derivati  bisogni molto meno rivolti  alla realizzazione della sua vera  primordiale essenza  e sempre più funzionali  ai criteri dettati  dal sistema socio-politico economico di riferimento,  che con la globalizzazione ha assunto la connotazione di planetario.  Una sorta di Leviatano che ha sottomesso l’umanità a corrispondere sempre più a criteri efficientisti ed edonistici , alla soddisfazione immediata degli istinti e delle pulsioni, alla competizione sui mezzi  a disposizione per il raggiungimento  di traguardi individuali  che  creano quella distanza costante nelle relazioni interpersonali e sociali del nostro tempo, tale da giustificare nella ricerca del traguardo perfino  l’annientamento dell’altro da sé.  A questo punto non credo che le preoccupazioni della ministra dovrebbero essere quelle di istituire una nuova modalità didattica gestita dagli studenti e dai docenti,  la cui professionalizzazione  in questa visione si è  essenzialmente ridotta  a “mezzo” per l’uso guidato  del cellulare in classe nelle ore di lezione.  Perché l’innovazione,  con la pervasiva introduzione della tecnologia digitale  in cattedra  nelle classi sotto  la guida dei docenti,   non può rappresentare    una bandiera in nome della quale  sostituire completamente  le tradizioni popolari, i modelli culturali e religiosi dei vari popoli e delle varie nazioni , con interpretazioni  affidate  alla predominanza di  nuove forme di trasmissione  del sapere attraverso  fonti digitali in cui, oltretutto,  bisogna fare i conti anche con la presenza delle fake news. Altra preoccupazione,  che ha generato un altro precedente decalogo a doppia firma Fedeli-Boldrini, oggetto di commenti  giornalistici  non proprio favorevoli,  considerando,  oltre tutto,  le ingenti risorse stanziate per una fake resolution, fondata sul presupposto che  sia possibile, a mezzo di  interventi  basati sulla trasmissione di informazioni  in classe , sempre nelle ore di lezione,  da parte di personale mono-specializzato esterno,  autorizzato a vario titolo dal MIUR,  la remissione degli errori e dei pericoli della rete  a cui i ragazzi e gli adolescenti  sono  esposti. Quasi che  l’esperto della rete o il poliziotto, oltre alle conoscenze  tecnologiche,  digitali e giuridico-legali, potessero avvalersi  di super-poteri in grado di trasformare  come per incanto  istantaneamente  gli studenti in super men e super women in grado di  riconoscere gli inganni e i pericoli della rete virtuale,  fino al giorno prima ingestibili in autonomia. Il  paradosso risiede proprio nel fatto che da una parte,  si vuole assolutizzare l’uomo,  web social maker e poliziotto, attribuendogli super poteri che per natura non possiede e dall’altra,  si  tende a  svalorizzare l’enorme potenziale delle risorse umane che ogni essere vivente ha in dotazione fin dalla nascita e che con una corretta educazione e formazione può sviluppare  secondo le proprie attitudini, il proprio carattere e la propria intelligenza fino alla completa maturazione della consapevolezza, della capacità critica, della responsabilità e dell’autonomia.  Questo si verifica  tuttavia,  solo nel caso che  nella famiglia e nella scuola si  adottino modelli educativi e formativi  che non  si avvalgano di scorciatoie pericolose o, peggio ancora,  destabilizzanti  delle personalità dei soggetti in età evolutiva.

  1. Una catena di condizionamenti: l’ultimo anello è l’uomo. L’uomo primitivo 4.0.

La mortificazione  della ricchezza umana attraverso mirabolanti  ed estrosi  espedienti  messi in atto dalle istituzioni di potere  per confinare, in tutto o in parte,  le menti in angusti e ristretti angoli  del vivere quotidiano fin dall’infanzia,  non genera la capacità critica, né  tanto meno l’autonomia responsabile  o la consapevolezza  e la capacità di distinguere il bene dal male.  Genera  una progressiva involuzione dell’essenza stessa dell’uomo.  Se,  anziché  promuovere  modelli educativi e formativi  che tendano ad esaltare  il valore e le virtù  umane, si crede  che il rimedio all’attuale barbarie,  di una società retrocessa  alla fase storica dell’”Infanzia”  in cui  gli “idoli”  si sono solo tecno-digitalizzati, verso l’emancipazione della specie,  risieda nella  speranza  di una superiore intelligenza artificiale  che pensi  per tutti,  al posto di tutti, identificandola nel progresso senza fine della  tecnologia e della digitalizzazione,  il prezzo del riscatto è  un uomo primitivo 4.0 , tecnicamente evoluto, umanamente  ridotto alla soddisfazione immediata dei bisogni istintuali primari per l’ottenimento dei quali  è giustificata anche la violenza.

Che questo si dimostri oggettivamente  provato  dai fenomeni emergenti  nell’attualità di questo momento storico-politico-sociale,  è testimoniato da una sempre maggiore precocità di forme di  violenza ,  ingiustificata nei “fini”,  ma molto organizzata nei “mezzi”, dove la precocità si spiega  con una progressiva  de-umanizzazione che fonda le sue radici  nel solco della trans-generazionalità.  Infatti, creando progressivi  condizionamenti,perfino nei luoghi deputati  all’educazione e alla formazione, dall’uso tecnologico degli strumenti digitali e  favorendo attraverso la rete e i social media  una forma di interazione  virtuale,  mediata dagli stessi dispositivi  digitali e dai social network, nei  contatti  che di personale ed autentico non hanno conservato proprio nulla, si genera un confronto fra io diversi,  ma sempre più  uguali,  perché  sempre più istintualizzati, ispirati ad un edonistico insaziabile bisogno di apparire  i quali , proprio come i loro computers, riproducono  compulsivamente le stesse  automatiche  risposte  e si affaticano in performances  estetiche, imitative dei  modelli virtuali dei loro influenzer. E questo, è anche il  principale motivo per cui  essendo uno, nessuno e centomila, svuotati della distinzione fra Avere ed Essere quindi ,  senza alcun buon motivo per essere  in relazione autentica con l’altro,gli umani-non umani  sono propensi  a creare relazioni distruttive,  assegnando ad esse lo stesso  valore  che attribuirebbero  a quelle costruttive,  in quando entrambe corrispondono al criterio di  essere il mezzo per la visibilità  ed il protagonismo istintivo. 

E  non soltanto  esercitando la violenza verso gli altri,  ma perfino  verso se stessi  immolandosi fino a sfidare la morte in cambio di un momento di celebrità.  Una scena che si ripete nel mondo virtuale sempre uguale, con protagonisti diversi che si assomigliano tutti  per  avere annullato la propria unicità e la propria distinzione e   omologato al fine del gradimento della rete virtuale la propria personalità; protagonisti  indistinti  nel palcoscenico della rete,  disposti a barattare  e condividere la propria intimità  con sconosciuti  predatori ,inconsapevoli come loro,  di essere entrambi vittime dei loro comuni aguzzini,  segretamente “in rete” per la loro rovina. Gli istinti prevalgono insieme al narcisistico desiderio  di  rappresentare l’oggetto del desiderio, anche il più intimo,  pur di  essere edonisticamente  soddisfatti  al prezzo della perdita della loro dignità, della violazione  del privato personale e familiare che riemerge prepotentemente senza freni e senza gestibilità, una volta raggiunto il “fine” della soddisfazione dei propri narcisistici istintivi bisogni. Il tutto, a beneficio ultimo  dei  loro carnefici, ben organizzati  in direzione del  proprio  materialistico “fine”, che promuoveranno ed  estenderanno la  visibilità  delle loro prede sulla scena  virtuale, oltre ogni loro più rosea aspettativa e ben oltre il limite della decenza umana e del rispetto  del valore personale di ognuno.  Ma ahimè,  non siamo più  dentro  quel range  di distinzione, quello  in grado di  far sì che  la tensione verso l’altro e le relazioni non siano mossi soltanto  dalle sensazioni e dagli istinti,  ma bensì anche dalla ragione, il buon senso , l’empatia e le emozioni affettive che sono caratteristiche  del concetto e del valore della persona  Questo  è l’alfa e l’omega  della differenza che esiste fra il  vivere se stessi e gli altri come persone.

A questo punto dovremmo anche chiederci che cosa si nasconde dietro una compulsiva ed ideologica necessità da parte delle istituzioni di sfornare decaloghi e dispositivi  per la realizzazione di fakes project  a cui destinare ingenti risorse pubbliche. 

  1. Una didattica della competenza digitale per generare valori  e saggezza: il dispotismo oscurantista delle istituzioni.

Tutte preoccupazione della ministra, del pool di esperti consenzienti,  scelti dal MIUR,  e le ossessioni di esponenti politici  tese a generare attraverso la competenza tecnologica e digitale qualità personali come la capacità critica, la responsabilità e la consapevolezza e l’autonomia, sarebbero placate e forse anche risolte,  se a tali prioritari obiettivi si giungesse considerandoli  come l’esito finale di un percorso maturato e compartecipato dalle famiglie, dai ragazzi e adolescenti,  da tutti gli  appartenenti  al mondo della scuola.  Non fideisticamente attribuendo potere taumaturgico ai mezzi di comunicazione di massa,  apologeticamente collocati nell’olimpo delle soluzioni ideali ai problemi dei vissuti personali  ed interpersonali,  perseguibili attraverso l’evoluzione senza fine dei mezzi tecnologici e digitali,  divenuti un bisogno supremo  prioritario,  che con la cultura, con l’educazione e con la formazione di base non hanno  nulla a che spartire.  Che l’assolutizzazione di questi mezzi non serve a trasmettere contenuti  educativi e didattici,  adatti a sviluppare  le basi su cui costruire  un percorso  di formazione e di maturazione dei vari aspetti  della  personalità dei bambini, ragazzi e adolescenti. Così da metterli nella condizione  di  perfezionare prima la loro educazione personale e  le relazioni interpersonali  e poi le competenze accessorie di tipo informatico, tecnologico e digitale,  purtroppo già ben e anche troppo sviluppate  fin dalla primissima infanzia. Come purtroppo è testimoniato dall’uso smodato e sempre più precoce dei tablet   ai neonati , sovente con  l’intento da parte dei genitori di tenerli occupati,  prima ancora che  abbiano fatto l’esperienza del linguaggio, minando così una fisiologica e naturale modalità di rapportarsi con se stessi  e con il mondo esterno, rischiando inoltre di sviluppare problemi cognitivi.  In nome dell’innovazione non  è possibile concepire la trasmutazione  dei principi e dei valori  sottostanti  alla conoscenza del sapere  condiviso e alla trasmissione interattiva e dialogante delle conoscenze didattiche,  attribuendo ai “mezzi”: smartphone, tablets…  un ruolo ed una funzione onnipotente e accentratrice,  tale da farli diventare “fini” della didattica e fautori  dello sviluppo della  capacità critica, dell’autonomia, della consapevolezza e dell’uso responsabile in capo ad essi ed alle loro emanazioni , in contraddizione con le stesse intenzioni espresse  proprio dalla ministra  nelle premesse  e al punto 5 del decalogo.  Un decalogo che meriterebbe di essere letto e analizzato,  non tanto dal pool di esperti  scelti  dal MIUR per avvalorare decisioni ideologiche dettate da esigenze diverse dagli effettivi  bisogni di risoluzione delle emergenze educative e formative, ancora in attesa di risoluzioni concrete e sostenibili.

  1. Be Change. Diventare protagonisti di una nuova civiltà del futuro si può. 

Tali proposte di risoluzione concrete esistono già e convergono pienamente con analoghe proposte,  dettate da accreditati uomini di cultura, liberi da pregiudizi e da esperti del mondo della scuola delle varie discipline,  non ideologicamente orientati ai “fini” delle istituzioni.  La chiave innovativa di soluzione a tali emergenze risiede nell’adozione di  un modello di intervento integrato ed interdisciplinare di facile applicabilità per modificare in modo sostanziale il trend negativo dei fallimentari tentativi, assunti dalle medesime Istituzioni,  di arginare la molteplicità delle emergenze educative e sociali in modo monodirezionale per ogni singola tipologia di emergenza. La profezia sull’inadeguatezza dei modelli e dei metodi esistenti e fin ora praticati si continua ad avverare ogni volta che le Istituzioni propongono lo stesso mantra: difendiamo e proteggiamo bambini, ragazzi, adolescenti (con mezzi e strumenti inidonei, aggiungo io) e praticano le stesse azioni: mettiamo al fuoco ancora e ancora fumo, senza anche l’arrosto!!!!! dove l’arrosto ovviamente sta per una risoluzione radicale delle emergenze che può, per definirsi tale, risiedere soltanto nella FIIP che consenta ai bambini, ragazzi, adolescenti di difendersi da soli in piena autonomia e “consapevolezza”, come afferma e dichiara  la ministra predicando bene e razzolando male!. Peccato che la consapevolezza invocata dalla ministra per affrontare, riconoscere e fronteggiare i pericoli della rete insieme a quelli del mondo reale, ma anche per distinguerne le opportunità e le risorse da parte dei bambini, ragazzi, adolescenti, sia e non possa essere altro che il risultato finale  di un processo di maturazione della personalità considerata nella sua integrità ed integralità costitutiva che inizia fin dall’infanzia e che con i giusti metodi e procedure è possibile favorire, elevandone le potenzialità,  incanalando le energie di ognuno nelle giuste direzioni.

La consapevolezza invocata dalla ministra è parte integrante di un percorso di crescita personale e di raggiunta maturità individuale,  frutto della sinergia educativa e formativa: Scuola-Famiglia.  E che certo  non si concretizza tout court con l’ascolto in classe di suggerimenti, raccomandazioni e prescrizioni,   impartite dalle cattedre ad opera di poliziotti, esperti della rete, consulenti non qualificati o anche qualificati , in quanto in questo caso il fallimento è dello stesso genere,  perché risiede nell’idea che sia possibile formare il Sé senza il Sé.

Condividi su:
Mara Massai
Mara Massai

MARA MASSAI Sociologa, Dottore di ricerca in Criminologia, esperta in Tecniche Investigative in Criminologia e Vittimologia, Project Manager, Presidente di AS.SO.GRAF.

(Associazione Culturale di Sociologia e Grafologia), Titolare responsabile e coordinatrice del Progetto "APPROCCIO OLISTICO ALLA FORMAZIONE INTEGRALE ED INTEGRATA DELLA PERSONA fin dai banchi di scuola” (Brevetto: M. Massai. (2014).. 200900158)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *