QUALE APPRENDIMENTO E QUALE CONDIVISIONE?
INDICE PER ARGOMENTI
- Come cambia la didattica nella Scuola delle emergenze.
- Tecnocrazia e digitocrazia: evoluzione o imbarbarimento?
- L’innovazione tecno digitale cambia il significato dei ruoli e della funzione dei docenti nella Scuola.
- Una catena di condizionamenti: l’ultimo anello è l’uomo. L’uomo primitivo 4.0.
- Una didattica della competenza digitale per generare valori e saggezza: il dispotismo oscurantista delle istituzioni.
- Be Change. Diventare protagonisti di una nuova civiltà del futuro si può.
- Come cambia la didattica nella Scuola delle emergenze.
Ma quali fini didattici si possono intravedere nell’uso del cellulare a scuola durante le ore di lezione? Vi è piuttosto nel secondo decalogo voluto dalla ministra Fedeli, dopo quello dedicato alle fake news, collegato all’uso del cellulare a scuola, un malcelato e sproporzionato delirio di onnipotenza, essendo i decaloghi per antonomasia un rimando simbolico alla Divinità nella nostra tradizione religiosa. E forse anche un escamotage per alcuni docenti di evitare impietose verifiche sulla propria inadeguata preparazione da un lato e dall’altro la terza conferma in pochi giorni che il MIUR sta soltanto cercando di offrire “sensazioni” e non “soluzioni”. Se in questo caso gli standards europei che spesso condizionano, oltre ogni ragionevolezza, lo spirito creativo e anticonformistico di opinionisti, giornalisti, uomini di cultura avessero funzionato da deterrente contro le folkloristiche butades di fine mandato della ministra Fedeli, l’Italia ne avrebbe in questo caso senz’altro giovato. In controtendenza con le decisioni assunte dal ministro francese Jean-Michel Blanquer che ha vietato l’uso degli smartphone in classe a fini didattici, vi è stato un chiaro via libera in Italia, dove la ministra dell’Istruzione, Valeria Fedeli, capovolgendo la decisione presa nel marzo 2007 dall’allora ministro Giuseppe Fioroni di vietare agli studenti di usare in classe i “cellulari”, ha varato addirittura un Decalogo “per l’uso dei dispositivi mobili a scuola”: un uso “responsabile e competente”, sotto la guida degli insegnanti . L’uso di aggettivi quali “responsabile e competente” e termini quali “capacità critica e autonomia”, più volte evocati nei vari punti del decalogo, presuppongono, perché sia possibile concretamente un uso dei medesimi in modo “responsabile e competente”, che tali condizioni siano e debbano necessariamente essere preesistenti come frutto di una maturità conseguita nel percorso evolutivo di crescita. In assenza di questo già perseguito traguardo di adeguata formazione personale preesistente, non sarà certo ipotizzabile che le condizioni di responsabilità possano derivare dall’interazione con i dispositivi mobili, pur prevedendone un loro uso, sotto la guida degli insegnanti che diventano una sorta di “geolocalizzatori” di informazioni erranti nei network e nei social media: il tutto in classe, durante le ore di lezione! Bene, questo ci fa ben sperare che il problema dei cervelli in fuga dall’Italia, nel prossimo imminente futuro non sarà più un problema. Perché? Perché non ci saranno più “i cervelli”! Come è possibile pensare di elevare la qualità della didattica e della cultura, in un paese come il nostro che ha goduto di maestri eccellentissimi nel campo delle letteratura, della storia, della scienza, della matematica, della fisica, se dalle roccaforti delle istituzioni che dovrebbero incarnarne lo spirito della più elevata tradizione culturale e rappresentarla al meglio vengono lanciate spettacolari rappresentazioni di non-sens? Senza scomodare le più accreditate teorie filosofiche, sociologiche, psico-pedagogiche, i termini “responsabilità”, capacità critica, consapevolezza, autonomia, che nel decalogo vengono più volte evocati sono categorie umane che contraddistinguono un certo tipo di personalità, ma che non sono affatto assimilabili al risultato prodotto dall’interazione degli studenti e delle studentesse con gli strumenti digitali e con la tecnologia, soprattutto durante le ore di lezione in classe, come si desume invece dai contenuti del decalogo, predisposto dalla ministra Fedeli.
- L’’innovazione tecno digitale cambia il significato dei ruoli e della funzione dei docenti nella Scuola.
I telefonini nelle aule erano stati banditi da una circolare del 2007. Adesso arriva l’apertura di Valeria Fedeli: il 15 settembre partiranno due gruppi di lavoro per rivedere le indicazioni nazionali. In autunno le nuove linee guida
La nostra tradizione culturale e storico-politica ha la necessità di essere tramandata da docenti qualificati attraverso la narrazione del passato, del presente per essere proiettata alle diverse possibilità che le configurazioni dell’attualità socio-economica e storico-politica offrono al ragionamento e alla riflessione di ogni singolo studente attraverso la competenza personale, acquisita dal dialogo e dal confronto diretto e personale con gli altri e con i docenti. Non è la guida all’uso del cellulare in classe, giustificata dai fini didattici, sotto la guida degli insegnanti che favorirà un uso più sensato dei dispositivi mobili da parte degli studenti, ma bensì il senso maturato dall’apprendimento tradizionale, anche nozionistico, e dalla riflessione comparata del passato, del presente e della proiezione futura rapportato alle esperienze dei vissuti personali di ognuno. Il fatto stesso poi di attribuire funzione didattica ed educativa all’uso guidato del cellulare da parte degli insegnanti in classe nelle ore di lezione, tale da giustificare la codifica di un decalogo da parte del ministro in carica del MIUR finisce davvero per collocarlo, contrariamente all’intenzione della ministra Fedeli, nel regno dei fini e non dei mezzi . Infatti al punto 5. I dispositivi devono essere un mezzo, non un fine, la contraddizione all’intenzione della ministra è già dimostrata. Emblematico è anche il contenuto del paragrafo che prosegue: “…È la didattica che guida l’uso competente e responsabile dei dispositivi. Non basta sviluppare le abilità tecniche, ma occorre sostenere lo sviluppo di una capacità critica e creativa. Ma purtroppo, con questa ossessionante rincorsa all’esaltazione della tecnologia e dell’uso dei dispositivi digitali tout court, qui rappresentati addirittura come paradigmatici di un modo di fare didattica, a scapito del sapere e della trasmissione delle conoscenze del sistema tradizionale, si ricade inevitabilmente, senza possibilità di scampo, nella teocrazia della tecno-digitalizzazione, e quindi in quell’errore che anche la ministra per sua ammissione aveva in premessa affermato di voler evitare.
E paradossalmente dall’evoluzione più spinta nel campo dell’informatica, della tecnologia e dei mezzi digitali, disseminati in tutti i campi della nostra vita quotidiana, quali sono stati i vantaggi ed i benefici che ne sono derivati per la specie umana, a parte l’efficientismo dei processi produttivi e la disponibilità immediata di informazioni ? L’involuzione e l’imbarbarimento dei costumi, dei modelli culturali della nostra tradizione storico-politica, la perdita o comunque il disconoscimento dei valori e dei principi della nostra tradizione religiosa, cristiana e cattolica, e con essi la perdita del senso dell’essere persona, e non semplicemente un “dispositivo” vivente conformato ai dispositivi tecno-digitali, funzionali al sistema di appartenenza e alla globalità del mondo virtuale. Bisogna fare attenzione, perché la perdita del senso dell’essere persona non è fra i cambiamenti necessitanti, citati in premessa dalla ministra che, come tali, hanno in sé un valore intrinseco ed in quanto tali devono essere accettati e metabolizzati. Perché in questo specifico caso la perdita del senso dell’essere persona reca con sé come effetto, anche quella deresponsabilizzazione che è proprio il contrario di quello che la ministra ha invocato, insieme alla capacità critica, all’autonomia e alla consapevolezza, in molti punti del decalogo predisposto per l’uso dei mezzi digitali, e nel caso specifico del cellulare. Ma come è possibile pensare di accostare e, peggio ancora, di far derivare in funzione deterministica dall’uso guidato del cellulare, caratteristiche che sono proprie della personalità matura di un soggetto psicodinamicamente evoluto, le quali devono necessariamente preesistere per essere messe in pratica nell’impatto con l’uso dello smartphone e del tablet in classe nelle ore di lezione? In questo caso sono i grandi maestri della filosofia che si agiteranno nelle loro tombe all’idea che anche il “principio di non contraddizione” e “distinzione”, rimasti inconfutati nel tempo, siano stati annientati dalla creativa disposizione della ministra Fedeli su una nuova modalità di fare didattica, dove la tecnologia e il digitale non servono all’uomo, ma assoggettano l’uomo a loro stessi e al sistema. Mi sento il dovere di ribadire, senza paura di essere smentita dai fatti, dai tempi , e dai tecnici del pool di valutatori del decalogo, scelti dal MIUR, che senza la conoscenza del sapere tradizionale e la crescita personale, uniche fautrici dello sviluppo della capacità critica e creativa, della consapevolezza, dell’autonomia e responsabilità, la didattica, intesa come apprendimento di uno stile di vita personale orientato al benessere personale e relazionale, non esiste più e quindi rimangono soltanto le sole abilità tecniche a cui dice di essere contraria anche la ministra stessa. A beneficio di quella capacità critica e consapevolezza, invocate come un mantra dalla ministra nel decalogo e nelle recenti celebrazioni del culto della digitalizzazione nelle scuole, di cui alcune ancora senza connessione di rete, a livello nazionale, proporrei una lettura attenta ed una riflessione da parte degli studiosi ed esperti in materia sulla costruzione di un decalogo pieno di contraddizioni e di illogiche deduzioni, predisposto per un “fine” che dovrebbe in realtà nell’intenzione della ministra Fedeli essere un “mezzo”. E tutto in nome dell’innovazione, divenuta il vitello d’oro” di un’umanità sperduta ed abbandonata a se stessa dal sistema, che ha assunto sempre più il ruolo della parola d’ordine per legittimare non ciò che effettivamente crea ed aumenta il benessere della collettività, ma in funzione strumentale e subordinata al rispetto dei parametri della comunità europea da cui dipende.
3.Tecnocrazia e digitocrazia: evoluzione o imbarbarimento?
L’innovazione non può essere declinata a partire da un bisogno indotto dal sistema per il raggiungimento di un livello di omologazione che non tiene conto dei contenuti del sapere storico e culturale di ogni popolo e di ogni nazione, misurando l’innovazione in base ai soli progressi nel campo dell’uso e della diffusione dei mezzi tecnologici e degli strumenti digitali e dell’estensione delle competenze informatiche che rimangono comunque, o meglio dovrebbero rimanere, nella categoria dell’ ”accessorialità” al servizio dell’uomo e della scienza , non un idolo da cui essere dominati. Perché la capacità critica che la ministra raccomanda come essenziale e dirimente nei processi di apprendimento, come realmente dovrebbe essere , assume nell’enunciato del testo in questione un ruolo inutile ed eccedente rispetto alle istruzioni per l’uso del cellulare impartite dalla ministra stessa nel decalogo. In questo modo, l’accessorialità dei mezzi e degli strumenti dell’informatica e della tecnologia digitale assumono un ruolo centrale, onnipotente al punto di arrogarli al ruolo di “Maestri”; un ruolo sovrastante la dimensione umana in un campo così delicato e speciale come quello dell’educazione e della formazione dei ragazzi e degli adolescenti. E purtroppo non giova neppure alla formazione dei docenti, esclusa quella tecnicistica e multimediale, i quali nel ruolo di guide all’uso del cellulare, nelle ore di lezione vengono demansionati rispetto al ruolo di “maestri di vita”, divenendo essi stessi strumenti di un meccanismo che sostituisce ed ingloba il dialogo e le relazioni. Ben lungi dagli stessi intenti espressi dalla ministra, nell’intravedere questa modo di fare didattica, attraverso l’uso guidato del cellulare, come fattore di condivisione e confronto fra gli studenti con i docenti, una didattica così concepita viene a rafforzare e consolidare un rapporto di solipsistica dipendenza “condivisa” in modo inter-social mediato che si profila in continuità dal privato al pubblico. Questa è piuttosto la migliore via per l’assopimento della capacità critica e per la conformazione ad un modello educativo dei cittadini di domani che ripropone la sudditanza dell’uomo all’evoluzione della meccanica e della robotica e ad una incrementale conformazione dell’uomo con il suo prodotto . Che ruolo e che posizione potranno occupare nell’olimpo dei bisogni di un uomo cosificato il riconoscimento del proprio valore e del valore dell’altro da sé, l’empatia, la compassione, la relazione umana? L’anestesia dei sentimenti e delle emozioni, dell’affettività hanno facilitato a livello intergenerazionale, insieme alla trasmutazione dei valori, anche il consolidamento di un modello di uomo meno spirituale fino al punto da renderlo esso stesso un semplice congegno dell’intero processo produttivo. Ma da questo nuovo modello, sempre meno spirituale di uomo, sono derivati bisogni molto meno rivolti alla realizzazione della sua vera primordiale essenza e sempre più funzionali ai criteri dettati dal sistema socio-politico economico di riferimento, che con la globalizzazione ha assunto la connotazione di planetario. Una sorta di Leviatano che ha sottomesso l’umanità a corrispondere sempre più a criteri efficientisti ed edonistici , alla soddisfazione immediata degli istinti e delle pulsioni, alla competizione sui mezzi a disposizione per il raggiungimento di traguardi individuali che creano quella distanza costante nelle relazioni interpersonali e sociali del nostro tempo, tale da giustificare nella ricerca del traguardo perfino l’annientamento dell’altro da sé. A questo punto non credo che le preoccupazioni della ministra dovrebbero essere quelle di istituire una nuova modalità didattica gestita dagli studenti e dai docenti, la cui professionalizzazione in questa visione si è essenzialmente ridotta a “mezzo” per l’uso guidato del cellulare in classe nelle ore di lezione. Perché l’innovazione, con la pervasiva introduzione della tecnologia digitale in cattedra nelle classi sotto la guida dei docenti, non può rappresentare una bandiera in nome della quale sostituire completamente le tradizioni popolari, i modelli culturali e religiosi dei vari popoli e delle varie nazioni , con interpretazioni affidate alla predominanza di nuove forme di trasmissione del sapere attraverso fonti digitali in cui, oltretutto, bisogna fare i conti anche con la presenza delle fake news. Altra preoccupazione, che ha generato un altro precedente decalogo a doppia firma Fedeli-Boldrini, oggetto di commenti giornalistici non proprio favorevoli, considerando, oltre tutto, le ingenti risorse stanziate per una fake resolution, fondata sul presupposto che sia possibile, a mezzo di interventi basati sulla trasmissione di informazioni in classe , sempre nelle ore di lezione, da parte di personale mono-specializzato esterno, autorizzato a vario titolo dal MIUR, la remissione degli errori e dei pericoli della rete a cui i ragazzi e gli adolescenti sono esposti. Quasi che l’esperto della rete o il poliziotto, oltre alle conoscenze tecnologiche, digitali e giuridico-legali, potessero avvalersi di super-poteri in grado di trasformare come per incanto istantaneamente gli studenti in super men e super women in grado di riconoscere gli inganni e i pericoli della rete virtuale, fino al giorno prima ingestibili in autonomia. Il paradosso risiede proprio nel fatto che da una parte, si vuole assolutizzare l’uomo, web social maker e poliziotto, attribuendogli super poteri che per natura non possiede e dall’altra, si tende a svalorizzare l’enorme potenziale delle risorse umane che ogni essere vivente ha in dotazione fin dalla nascita e che con una corretta educazione e formazione può sviluppare secondo le proprie attitudini, il proprio carattere e la propria intelligenza fino alla completa maturazione della consapevolezza, della capacità critica, della responsabilità e dell’autonomia. Questo si verifica tuttavia, solo nel caso che nella famiglia e nella scuola si adottino modelli educativi e formativi che non si avvalgano di scorciatoie pericolose o, peggio ancora, destabilizzanti delle personalità dei soggetti in età evolutiva.
- Una catena di condizionamenti: l’ultimo anello è l’uomo. L’uomo primitivo 4.0.
La mortificazione della ricchezza umana attraverso mirabolanti ed estrosi espedienti messi in atto dalle istituzioni di potere per confinare, in tutto o in parte, le menti in angusti e ristretti angoli del vivere quotidiano fin dall’infanzia, non genera la capacità critica, né tanto meno l’autonomia responsabile o la consapevolezza e la capacità di distinguere il bene dal male. Genera una progressiva involuzione dell’essenza stessa dell’uomo. Se, anziché promuovere modelli educativi e formativi che tendano ad esaltare il valore e le virtù umane, si crede che il rimedio all’attuale barbarie, di una società retrocessa alla fase storica dell’”Infanzia” in cui gli “idoli” si sono solo tecno-digitalizzati, verso l’emancipazione della specie, risieda nella speranza di una superiore intelligenza artificiale che pensi per tutti, al posto di tutti, identificandola nel progresso senza fine della tecnologia e della digitalizzazione, il prezzo del riscatto è un uomo primitivo 4.0 , tecnicamente evoluto, umanamente ridotto alla soddisfazione immediata dei bisogni istintuali primari per l’ottenimento dei quali è giustificata anche la violenza.
Che questo si dimostri oggettivamente provato dai fenomeni emergenti nell’attualità di questo momento storico-politico-sociale, è testimoniato da una sempre maggiore precocità di forme di violenza , ingiustificata nei “fini”, ma molto organizzata nei “mezzi”, dove la precocità si spiega con una progressiva de-umanizzazione che fonda le sue radici nel solco della trans-generazionalità. Infatti, creando progressivi condizionamenti,perfino nei luoghi deputati all’educazione e alla formazione, dall’uso tecnologico degli strumenti digitali e favorendo attraverso la rete e i social media una forma di interazione virtuale, mediata dagli stessi dispositivi digitali e dai social network, nei contatti che di personale ed autentico non hanno conservato proprio nulla, si genera un confronto fra io diversi, ma sempre più uguali, perché sempre più istintualizzati, ispirati ad un edonistico insaziabile bisogno di apparire i quali , proprio come i loro computers, riproducono compulsivamente le stesse automatiche risposte e si affaticano in performances estetiche, imitative dei modelli virtuali dei loro influenzer. E questo, è anche il principale motivo per cui essendo uno, nessuno e centomila, svuotati della distinzione fra Avere ed Essere quindi , senza alcun buon motivo per essere in relazione autentica con l’altro,gli umani-non umani sono propensi a creare relazioni distruttive, assegnando ad esse lo stesso valore che attribuirebbero a quelle costruttive, in quando entrambe corrispondono al criterio di essere il mezzo per la visibilità ed il protagonismo istintivo.
E non soltanto esercitando la violenza verso gli altri, ma perfino verso se stessi immolandosi fino a sfidare la morte in cambio di un momento di celebrità. Una scena che si ripete nel mondo virtuale sempre uguale, con protagonisti diversi che si assomigliano tutti per avere annullato la propria unicità e la propria distinzione e omologato al fine del gradimento della rete virtuale la propria personalità; protagonisti indistinti nel palcoscenico della rete, disposti a barattare e condividere la propria intimità con sconosciuti predatori ,inconsapevoli come loro, di essere entrambi vittime dei loro comuni aguzzini, segretamente “in rete” per la loro rovina. Gli istinti prevalgono insieme al narcisistico desiderio di rappresentare l’oggetto del desiderio, anche il più intimo, pur di essere edonisticamente soddisfatti al prezzo della perdita della loro dignità, della violazione del privato personale e familiare che riemerge prepotentemente senza freni e senza gestibilità, una volta raggiunto il “fine” della soddisfazione dei propri narcisistici istintivi bisogni. Il tutto, a beneficio ultimo dei loro carnefici, ben organizzati in direzione del proprio materialistico “fine”, che promuoveranno ed estenderanno la visibilità delle loro prede sulla scena virtuale, oltre ogni loro più rosea aspettativa e ben oltre il limite della decenza umana e del rispetto del valore personale di ognuno. Ma ahimè, non siamo più dentro quel range di distinzione, quello in grado di far sì che la tensione verso l’altro e le relazioni non siano mossi soltanto dalle sensazioni e dagli istinti, ma bensì anche dalla ragione, il buon senso , l’empatia e le emozioni affettive che sono caratteristiche del concetto e del valore della persona Questo è l’alfa e l’omega della differenza che esiste fra il vivere se stessi e gli altri come persone.
A questo punto dovremmo anche chiederci che cosa si nasconde dietro una compulsiva ed ideologica necessità da parte delle istituzioni di sfornare decaloghi e dispositivi per la realizzazione di fakes project a cui destinare ingenti risorse pubbliche.
- Una didattica della competenza digitale per generare valori e saggezza: il dispotismo oscurantista delle istituzioni.
Tutte preoccupazione della ministra, del pool di esperti consenzienti, scelti dal MIUR, e le ossessioni di esponenti politici tese a generare attraverso la competenza tecnologica e digitale qualità personali come la capacità critica, la responsabilità e la consapevolezza e l’autonomia, sarebbero placate e forse anche risolte, se a tali prioritari obiettivi si giungesse considerandoli come l’esito finale di un percorso maturato e compartecipato dalle famiglie, dai ragazzi e adolescenti, da tutti gli appartenenti al mondo della scuola. Non fideisticamente attribuendo potere taumaturgico ai mezzi di comunicazione di massa, apologeticamente collocati nell’olimpo delle soluzioni ideali ai problemi dei vissuti personali ed interpersonali, perseguibili attraverso l’evoluzione senza fine dei mezzi tecnologici e digitali, divenuti un bisogno supremo prioritario, che con la cultura, con l’educazione e con la formazione di base non hanno nulla a che spartire. Che l’assolutizzazione di questi mezzi non serve a trasmettere contenuti educativi e didattici, adatti a sviluppare le basi su cui costruire un percorso di formazione e di maturazione dei vari aspetti della personalità dei bambini, ragazzi e adolescenti. Così da metterli nella condizione di perfezionare prima la loro educazione personale e le relazioni interpersonali e poi le competenze accessorie di tipo informatico, tecnologico e digitale, purtroppo già ben e anche troppo sviluppate fin dalla primissima infanzia. Come purtroppo è testimoniato dall’uso smodato e sempre più precoce dei tablet ai neonati , sovente con l’intento da parte dei genitori di tenerli occupati, prima ancora che abbiano fatto l’esperienza del linguaggio, minando così una fisiologica e naturale modalità di rapportarsi con se stessi e con il mondo esterno, rischiando inoltre di sviluppare problemi cognitivi. In nome dell’innovazione non è possibile concepire la trasmutazione dei principi e dei valori sottostanti alla conoscenza del sapere condiviso e alla trasmissione interattiva e dialogante delle conoscenze didattiche, attribuendo ai “mezzi”: smartphone, tablets… un ruolo ed una funzione onnipotente e accentratrice, tale da farli diventare “fini” della didattica e fautori dello sviluppo della capacità critica, dell’autonomia, della consapevolezza e dell’uso responsabile in capo ad essi ed alle loro emanazioni , in contraddizione con le stesse intenzioni espresse proprio dalla ministra nelle premesse e al punto 5 del decalogo. Un decalogo che meriterebbe di essere letto e analizzato, non tanto dal pool di esperti scelti dal MIUR per avvalorare decisioni ideologiche dettate da esigenze diverse dagli effettivi bisogni di risoluzione delle emergenze educative e formative, ancora in attesa di risoluzioni concrete e sostenibili.
- Be Change. Diventare protagonisti di una nuova civiltà del futuro si può.
Tali proposte di risoluzione concrete esistono già e convergono pienamente con analoghe proposte, dettate da accreditati uomini di cultura, liberi da pregiudizi e da esperti del mondo della scuola delle varie discipline, non ideologicamente orientati ai “fini” delle istituzioni. La chiave innovativa di soluzione a tali emergenze risiede nell’adozione di un modello di intervento integrato ed interdisciplinare di facile applicabilità per modificare in modo sostanziale il trend negativo dei fallimentari tentativi, assunti dalle medesime Istituzioni, di arginare la molteplicità delle emergenze educative e sociali in modo monodirezionale per ogni singola tipologia di emergenza. La profezia sull’inadeguatezza dei modelli e dei metodi esistenti e fin ora praticati si continua ad avverare ogni volta che le Istituzioni propongono lo stesso mantra: difendiamo e proteggiamo bambini, ragazzi, adolescenti (con mezzi e strumenti inidonei, aggiungo io) e praticano le stesse azioni: mettiamo al fuoco ancora e ancora fumo, senza anche l’arrosto!!!!! dove l’arrosto ovviamente sta per una risoluzione radicale delle emergenze che può, per definirsi tale, risiedere soltanto nella FIIP che consenta ai bambini, ragazzi, adolescenti di difendersi da soli in piena autonomia e “consapevolezza”, come afferma e dichiara la ministra predicando bene e razzolando male!. Peccato che la consapevolezza invocata dalla ministra per affrontare, riconoscere e fronteggiare i pericoli della rete insieme a quelli del mondo reale, ma anche per distinguerne le opportunità e le risorse da parte dei bambini, ragazzi, adolescenti, sia e non possa essere altro che il risultato finale di un processo di maturazione della personalità considerata nella sua integrità ed integralità costitutiva che inizia fin dall’infanzia e che con i giusti metodi e procedure è possibile favorire, elevandone le potenzialità, incanalando le energie di ognuno nelle giuste direzioni.
La consapevolezza invocata dalla ministra è parte integrante di un percorso di crescita personale e di raggiunta maturità individuale, frutto della sinergia educativa e formativa: Scuola-Famiglia. E che certo non si concretizza tout court con l’ascolto in classe di suggerimenti, raccomandazioni e prescrizioni, impartite dalle cattedre ad opera di poliziotti, esperti della rete, consulenti non qualificati o anche qualificati , in quanto in questo caso il fallimento è dello stesso genere, perché risiede nell’idea che sia possibile formare il Sé senza il Sé.

